Frane e cambiamenti climatici: il CAI rilancia le conclusioni del convegno sulle Dolomiti.

A San Vito di Cadore “DOLOMITI: BELLE E FRAGILI!” Un convegno multidisciplinare che ha saputo unire scienza, storia e comunità.

Club Alpino Italiano – Sezione di San Vito di Cadore – Comitato Scientifico Veneto Friulano Giuliano

Comunicato stampa del 15 luglio 2026

A circa un anno dagli eventi – straordinari ma sicuramente non nuovi – della Croda
Marcora e della Ruina di Cancia, viste anche le preoccupazioni di questi giorni, si propone
con il presente comunicato un sunto del convegno svolto giusti due mesi orsono, sabato 16
maggio 2026, a San Vito di Cadore dal titolo “Dolomiti: belle e fragili!”, organizzato dalla
Sezione di San Vito di Cadore in collaborazione con il Comitato Scientifico Veneto Friulano
Giuliano del Club Alpino Italiano. La giornata di approfondimento, svoltasi presso la Sala
“Giuseppe Belli” della mansarda dell’Asilo Vecio, ha richiamato un pubblico, attento e
numeroso (circa una settantina gli iscritti), confermando quanto viva sia la sensibilità della
verso il tema della fragilità del territorio.
Il convegno, introdotto dai presidenti della Sezione Mauro De Vido e del Comitato
Marco Cabbai, è nato dalla volontà di fare luce e chiarezza sugli eventi, che nell’estate del
2025 hanno colpito la media Valle del Boite, con fenomeni di dissesto di particolare intensità
che avevano richiamato l’attenzione dei media nazionali, a volte con informazioni
sensazionaliste e concetti errati anche da parte di alcuni amministratori e politici, e di offrire
al pubblico strumenti di comprensione scientifica, storica e normativa per leggere una realtà,
quella dell’ambiente dolomitico, tanto affascinante quanto vulnerabile.
I lavori, presentati dallo storico Lorenzo De Lotto, hanno percorso nella giornata tutte
le dimensioni del problema: dalla geologia profonda al cambiamento climatico, dalla
memoria storica alle più avanzate tecnologie di monitoraggio, fino alla testimonianza diretta
degli alpinisti.
La nascita delle Dolomiti: litogenesi, orogenesi e morfogenesi – Tiziano Abbà
Ad aprire il programma scientifico è stato il geologo Tiziano Abbà il quale ha
accompagnato il pubblico attraverso la storia geologica delle Dolomiti, dalla formazione delle
piattaforme carbonatiche triassiche fino agli eventi tettonici e alla modellazione quaternaria.
La Valle del Boite si rivela un territorio in cui la complessità della storia geologica,
con le sue rocce facilmente degradabili a valle, le faglie e le dolomie fortemente fratturate
nelle parti alte, crea da sempre le condizioni strutturali per l’instabilità.
Crolli, frane, colate e smottamenti – Manuel Conedera
Il geologo Manuel Conedera ha affrontato la fenomenologia dei dissesti nella sua
varietà concreta, illustrando tipologie, meccanismi e fattori scatenanti di crolli, ribaltamenti,
scivolamenti, espansioni laterali e colate detritiche. Ha sottolineato come le precipitazioni
intense estive, il gelo e la fusione dei ghiacciai siano tra i principali fattori d’innesco, e come
la stessa frana possa evolvere nel tempo passando da una tipologia all’altra. Esempi storici
e recenti, tra cui eventi osservati nella Conca di Cortina e lungo la Valle del Boite, hanno
reso concrete le dinamiche descritte, evidenziando la necessità di un approccio flessibile
alla classificazione e alla gestione del rischio.
Segni antropici sul territorio – Gian Galeazzi
L’intervento dell’archeologo Gian Galeazzi ha allargato lo sguardo alla
frequentazione umana della Valle del Boite dall’età preistorica fino al Medioevo. Dal sito
eccezionale di Mondeval, con la sua sepoltura mesolitica databile a circa 7500 anni fa, i
ritrovamenti di Passo Giau, la sequenza stratigrafica che copre dal Mesolitico al Medioevo,

alle scoperte emerse durante i lavori stradali in Valle degli anni 2008-2010, che hanno
portato alla luce un villaggio tardoantico a San Vito di Cadore; il contributo ha mostrato come
il rapporto tra insediamento umano e fenomeni franosi sia sempre stato complesso e duale:
i dissesti hanno cancellato tracce viarie e insediative, ma hanno anche offerto ripari naturali.
Anche la viabilità romana e la Via Regia medievale, percorsi di transito e scambio
commerciale, si sono continuamente confrontate con la mobilità del territorio, come
l’Alemagna da quasi duecento anni e la Ferrovia delle Dolomiti nei decenni di esistenza.
Eventi storici nella media Valle del Boite – Sabrina Menegus
La naturalista e Operatrice Naturalistica Culturale del CAI Sabrina Menegus ha poi
documentato gli eventi franosi più significativi della storia recente della Valle, restituendo il
quadro di una ciclicità ben documentata. La frana di Chiapuzza del 2 maggio 1730, con i
suoi 53 morti e la distruzione dell’insediamento; l’evento del 7 luglio 1737 che interessò la
scomparsa frazione di Sala; il grande collasso del 21 aprile 1814 che cancellò le frazioni di
Taulen e Marzeana causando tra 269 e 314 vittime; la colata detritica di Cancia del 27 luglio
1868 con i suoi 12 morti: episodi che mostrano come la Valle abbia sempre vissuto con
questa realtà, a iniziare dalla toponomastica, e abbia elaborato risposte comunitarie, dagli
esoneri fiscali alla riorganizzazione degli statuti perduti, dalla sorveglianza notturna alla
solidarietà locale, che parlano di una relazione antica e spesso consapevole col rischio.
Il ruolo dei cambiamenti climatici – Dario Gasparo
Il biologo e Operatore Naturalistico e Culturale del CAI Dario Gasparo ha illustrato
come il riscaldamento climatico stia alterando profondamente la stabilità delle montagne e
la biodiversità degli ecosistemi. Il degrado del permafrost, con i cicli di gelo-disgelo che
allargano le fratture e riducono la coesione dei blocchi rocciosi, si configura oggi come uno
dei principali fattori di degrado, destinato ad aggravarsi con il riscaldamento climatico in atto.
I dati mostrano concentrazioni di CO2 passate da circa 280 a circa 430 ppm e un
riscaldamento più marcato alle alte latitudini; le serie storiche documentano la perdita di
massa glaciale e l’aumento di eventi estremi. Le conseguenze si misurano anche sulla
biodiversità: le specie migrano in quota e in latitudine, gli habitat glaciali si contraggono,
specie invasive colonizzano nuovi spazi, e le alterazioni fenologiche, con il termoperiodo
che cambia mentre il fotoperiodo resta costante, perturbano i cicli riproduttivi. Il quadro che
emerge indica nel cambiamento climatico un moltiplicatore, ma non l’unica causa, della
frequenza e dell’intensità dei dissesti, con implicazioni profonde per la pianificazione
territoriale.
L’attualità e la normativa – Alberto De Luca
Il geologo Alberto De Luca ha offerto un’analisi approfondita del quadro normativo
italiano sul rischio idrogeologico, ripercorrendone l’evoluzione dalla legislazione storica fino
al recepimento della “Direttiva alluvioni” e alla costituzione dell’Autorità di bacino distrettuale
delle Alpi orientali. Ha chiarito la distinzione fondamentale tra pericolosità e rischio; ha
illustrato i metodi di mappatura e la strumentazione disponibile per il monitoraggio, dai
pluviometri e piezometri ai radar e ai sensori multiparametrici in foro. Gli eventi del 2025
nella Valle, la colata a Cancia, i crolli del Marcora e conseguente alimentazione del ghiaione
della Pegolera, confluito nel Ru del Venco, oltre all’episodio sul torrente Rudan, sono stati
analizzati come casi concreti, con l’indicazione delle misure di mitigazione provvisorie
adottate e la necessità di interventi strutturali per ridurre il rischio residuo.
Attuale attività di monitoraggio – Nicola Casagli
Il professor Nicola Casagli, geologo e Presidente dell’Istituto Nazionale di
Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, si è collegato da remoto per illustrare l’attività di
monitoraggio sul crollo dalla Croda Marcora e le relative colate. Attraverso la tecnologia a

terra, un interferometro radar su binario lineare capace di produrre mappe millimetriche degli
spostamenti su circa un milione di punti, con acquisizioni continue H24 e qualsiasi
condizione meteo, è stato possibile rilevare movimenti nella parte alta della Croda fino a
circa 10 centimetri tra luglio e agosto, identificare una fase di accelerazione tra il 15 e il 29
agosto 2025 e misurare velocità localizzate superiori a 33 m/s nelle parti più rapide. Il
sistema integrato di allertamento, implementato recentemente, che combina dati
meteorologici, pluviometri, radar interferometrico, telecamere PTZ e reti di sensori locali, ha
permesso di impostare soglie di allerta automatiche e di gestire eventuali chiusure stradali
con maggiore precisione. Casagli ha sottolineato come il rischio per l’Alemagna rimanga
elevato finché permangono grandi volumi instabili in quota, e ha indicato la necessità di
passare da una gestione emergenziale a una programmazione strutturale preventiva.
Esperienza alpinistica sulle pareti e versanti – Mauro Devich
A chiudere la giornata è stata la testimonianza Mauro Devich del Gruppo Rocciatori
Caprioli, oltre a Guida Alpina, volontario del CNSAS e collaboratore della Sezione, che ha
ripercorso la storia delle ascensioni sulle pareti della Marcora dalle prime esplorazioni di fine
Ottocento alle vie recenti con gradi estremi.
La geologia della parete, con tratti di roccia friabile alternati a zone più compatte,
soggetti a forte erosione da neve e acqua, è stata descritta non solo come una sfida tecnica
ma un rischio reale, spesso ingannevole: blocchi apparentemente solidi possono mancare
all’improvviso a causa di crolli. La visione “da vicino” e la prospettiva su questi versanti
dell’alpinista è diversa rispetto all’opinione comune. La recente frana ha riacceso il confronto
sul futuro dei sentieri di accesso e delle ferrate, e sulla responsabilità di istituzioni, CAI e
comunità nel bilanciare il valore storico e culturale di questi percorsi con la sicurezza. La
montagna, ha ricordato Devich, detta sempre i suoi limiti.
Un patrimonio condiviso da custodire con consapevolezza
Il convegno ha confermato, attraverso la ricchezza e la varietà dei contributi, che la
fragilità delle Dolomiti non è un fenomeno nuovo né imprevedibile nella sua ciclicità, ma che
la velocità dei cambiamenti climatici in corso sta modificando profondamente il contesto
entro cui questa fragilità si manifesta. La conoscenza del territorio (geologica, storica) oltre
alla normativa e tecnica, rimane lo strumento fondamentale per una gestione consapevole
del rischio: non l’azzeramento, ma il raggiungimento di un livello accettabile dello stesso
attraverso misure integrate di prevenzione, monitoraggio e pianificazione.
Domenica 17 maggio, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di tradurre questa
conoscenza in esperienza diretta nel corso di una escursione sul versante ovest delle
Marmarole Occidentali solcato dal Ru Seco, accompagnati dagli stessi esperti intervenuti al
convegno: un’occasione per osservare con occhi diversi il paesaggio dolomitico,
cogliendone la bellezza e la complessità con rinnovata consapevolezza, oltre alle opere di
mitigazione realizzate nella seconda metà del secolo scorso e successivamente agli eventi
di colate e crolli degli ultimi lustri.
L’organizzazione ringrazia tutti i relatori, i moderatori, i volontari e i patrocinatori che
hanno reso possibile questa giornata: la Regione del Veneto, il CAI GR Veneto, la
Fondazione Dolomiti UNESCO, il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova,
l’Ordine dei Geologi del Veneto, le amministrazioni comunali di San Vito (anche per
l’ospitalità), Borca e Vodo di Cadore, e le antiche istituzioni comunitarie (la Regola Generale
di San Vito di Cadore, la Regola di Borca, la Regola di Cancia e la Magnifica Regola Grande
dei Monti di Vodo), custodi da secoli del patrimonio naturale e culturale di queste vallate,
oltre alla sponsorizzazione della Cooperativa di San Vito di Cadore.
La registrazione audio video dell’intera giornata di sabato è in rete.

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